272019Giu
L’oscuro nemico della memoria

L’oscuro nemico della memoria

L’oscuro nemico della memoria

È una delle più gravi malattie della terza età. Sta diffondendosi in tutto il mondo a ritmi vertiginosi. E le cure sono difficili

Per una persona anziana, dimenticare occasionalmente il nome di un conoscente oppure un numero di telefono può essere normale. Ma quando la memoria vacilla al punto da impedire di trovare la strada per tornare a casa o le parole per portare a temine un ragionamento, allora non si può liquidare tutto come la conseguenza dell’invecchiamento. Non è escluso, infatti, che ci si possa trovare di fronte a una malattia ben precisa: l’Alzheimer, la più diffusa demenza senile, progressiva e senza speranza. Nel mondo, ne soffrono più di 15 milioni di persone: quattro milioni negli Stati Uniti, dove la malattia è la quarta causa di morte dopo i 75 anni; 500 mila in Italia cioè il 5 per cento degli ultrasessantenni. Numeri che hanno spinto l’Organizzazione mondiale della Sanità a proclamare, il 21 settembre, la prima Giornata mondiale dell’Alzheimer.

Un declino progressivo. «Questa malattia del sistema nervoso centrale consiste nella perdita di neuroni, le cellule del cervello, a causa dell’eccessivo deposito di una proteina, l’amiloide, che non viene più smaltita» spiega Claudio Mariani neurologo presso il Policlinico di Milano.

«In pratica, si alterano progressivamente le parti del cervello che governano il pensiero, la memoria, il linguaggio, la scrittura. Le cause sono ancora sconosciute. Si ipotizzano origini genetiche, accertate però solo per una particolare forma di Alzheimer». In genere, la malattia si manifesta dopo i 60 anni: all’inizio la persona ha difficoltà a orientarsi nello spazio e nel tempo, poi non riesce più a compiere gesti quotidiani, sino a perdere completamente l’autonomia, a non riconoscere se stessa e i propri familiari. «Il tutto in un arco di tempo che può variare da otto a 15 anni» precisa Mariani. «Al termine di questo periodo, in genere, il paziente muore per le complicazioni dovute alla degenza a letto».

Diagnosi precoce. È importantissimo identificare l’Alzheimer ai suoi esordi. Appena si notano le prime difficoltà, è bene portare l’anziano in un centro specializzato. «Si può aiutare l’ammalato a sopportare i sintomi» avverte Claudio Mariani. «E nello stesso tempo, si possono dare indicazioni pratiche ai familiari per affrontare la situazione. Per non peggiorare gravemente, infatti, questi pazienti dovrebbero essere accuditi nelle loro case, vicini ai propri punti di riferimento». Per ora non esistono farmaci capaci di sconfiggere la malattia. Recentemente è stata scoperta una molecola, il

tacrine, che rallenta la perdita di memoria. Il farmaco, già utilizzato negli Usa, sarà probabilmente disponibile in tutta Italia l’anno prossimo. «Va però sottolineato che non è risolutivo» avverte Gabriella Salvini Porro, presidente della Federazione Alzheimer Italia. «E che si è dimostrato efficace soltanto nella prima fase della malattia».

Uno sguardo al futuro.

Ma la ricerca della cura dell’Alzheimer è al centro dell’attenzione del mondo scientifico. «Ricercatori, sanitari e organizzazioni nazionali Alzheimer, devono continuare a lavorare insieme per porre fine alle sofferenze causate da questa malattia» afferma James Bertolotte dell’Oms. «Nel mondo, le persone che superano i 65 anni stanno aumentando in modo vertiginoso. Ed è importante assicurare loro una buona qualità di vita».

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